Intervista di Paola Quattrucci
per la tesi di master Supsi in Cultural management sull'ASSI



Locarno, 19 ottobre 2017


1) lei oggi è socio onorario dell’ASSI e in passato, dal 1988 al 1991, ne è stato presidente. Quali sono i ricordi che la legano a questa storica associazione prima, durante e dopo il suo mandato di presidente?

Particolarmente uno, di carattere storico. E’ sempre presente in me l’immagine di un libriccino, curato da Mario Agliati e pubblicato da Pedrazzini a Locarno nel 1984. Nella quarta di copertina del volumetto in cui è illustrata la storia e la vita culturale di quarant’anni dell’Associazione c’è l’elenco dei presenti alla seduta di fondazione dell’ASSI. Ognuno di quei nomi, e cito ad esempio Giorgio Orelli, Francesco Chiesa, Guido Calgari, Felice Filippini, si distingue per l’espressione particolare della sua personalità, detta con la scrittura in modo elegante, squisito direi. L’Associazione a quei tempi era una vetrina nella quale era indispensabile esporsi ai fini di esistere come scrittore. Le riflessioni che seguono si riferiscono proprio ai ricordi della mia attività quale presidente, poi quale socio.

2) Quali erano allora le urgenze e gli obiettivi primari dell’associazione?

Potrà sembrare strano e paradossale ma scorrendo oggi l’elenco dei diciassette soci fondatori dell’ASSI o leggendo le pagine della cronaca intrigante, scritta con un taglio spesso divertente e spiritoso, ci si meraviglia che quel tempo sia stato reale e non un racconto di un sogno. Agliati è stato un autore particolare. Nei suoi testi nascondeva a malapena il fondo drammatico, teatrale, presente a quel tempo in molte persone sensibili e colte che scrivevano per un particolare stato di necessità. Oggi, purtroppo, quella vita culturale promossa da persone serie, motivate da valori e ragioni profonde, non esiste più. E’ un po’ come ritrovarsi di fronte a una di quelle lavagne d’ardesia sulle quali, nelle vecchie aule scolastiche, si scriveva col gesso. Bastava un colpo di spugna e tutto spariva, lasciando quale sfondo una superficie nera. Tuttavia l’urgenza di essere e l’obiettivo di apparire sono impliciti in ogni espressione associativa. Ci si può allora chiedere: Essere e apparire per chi e per che cosa? Le risposte immediate a questa domanda sono di superficie e danno solo parzialmente il senso profondo e il valore del testo creato con la scrittura che in fin dei conti è, e resta, il libro.


3) Ci può raccontare le problematiche di allora? Come si risolvevano?

I problemi erano gli stessi di oggi. Anche allora vi era la mancanza di lucidità nell’identificazione e nella soluzione di conflitti che hanno un fondamento nella psicologia e nell’inconscio. Non si teneva sufficientemente in conto che il valore del libro deve essere inteso e sentito da ogni scrittore del mondo occidentale, indipendentemente dalla sua fede religiosa, come erede della Bibbia: il Libro per antonomasia. Dal 1944 ad oggi vi è stata una costante erosione del valore del libro dovuta alla banalizzazione e alla mercificazione della parola espressa tanto nell’oratoria quanto nella scrittura. Quale esempio cito la lettera. Era uno strumento di comunicazione, trattata in passato dal servizio postale come un oggetto sacro e considerata uno scrigno, un contenitore del pensiero di un uomo o di una donna al quale era dovuto rispetto e deferenza, indipendentemente dall’importanza e dal ceto sociale di chi la scriveva. Oggi la lettera è affidata per la sua custodia e la distribuzione alla commessa del negozio di quartiere. Con ciò al messaggio espresso con la parola scritta viene dato il valore di una qualsiasi merce o alimento che viene consumato, poi defecato. Proprio oggi è più che evidente la perdita di valore della parola, della lettera, del libro. Una soppressione continua e costante di valore del messaggio che sta in rapporto diretto con la quantità di messaggi inviati dai media digitali o che arrivano sul proprio cellulare. Dal momento in cui l’economia ha preso il sopravvento sulla politica, intesa come agente che regola ogni rapporto sociale, si è creato un nuovo vocabolario, cambiando il senso della parola e dando alla stessa un nuovo significato per esprimere la “nuova cultura” imposta dai detentori di un’aristocrazia del denaro, spesso rozza e incolta. Ciò è percepibile con gli strumenti stessi disponibili nel campo letterario. Leggendo la “Récherche” di Proust si ha una visione evidente di quanto l’aristocrazia del sangue del vecchio regime sia stata superiore per valore e contenuti culturali alle attuali aristocrazie del denaro. E’ un peccato che il capolavoro di Proust non sia un testo conosciuto nelle università, in particolare in quelle dove si disquisisce di economia.


3) Si poteva parlare di una “cultura condivisa” all’interno dell’associazione?

Assolutamente no, proprio a causa della prima, fondamentale frattura nel pensiero di una parte di scrittori che abbandonarono l’ASSI per aderire al Gruppo di Olten. La prima associazione di autori della Svizzera, la Società svizzera degli scrittori (SSS), venne fondata nel 1912 su iniziativa di Carl Albert Loosli e altri autori. Fino a quel momento la letteratura era stata una sorta di "cenerentola delle arti svizzere.", come rilevò la Fondazione Schiller creata nel 1905. Parallelamente, dal 1940, nelle quattro regioni linguistiche vennero fondate associazioni regionali che si occupavano essenzialmente dell'organizzazione di scambi professionali. La contrapposizione ideologica fra scrittori di sinistra e di destra nella SSS sfociò in una crisi, culminata nel 1970 con le dimissioni di diversi autori di spicco, tra cui Peter Bichsel, Jeanlouis Cornuz, Friedrich Dürrenmatt e Yves Velan, e che portò alla creazione, nel 1971, del Gruppo di Olten (GO)

4) Ha senso, secondo lei, pensare l’ASSI suddivisa in sezioni periodiche? E se sì, che criteri (storici, ideologici, valoriali o altri) userebbe per identificare i diversi periodi?

Gli scrittori “di grande spessore intellettuale” come li definisce l’attuale presidente Giorzi, che uscirono dall’ASSI negli anni 70 e 80 del secolo scorso, si collocano nel contesto politico e ideologico spiegato magistralmente dal sociologo e filosofo tedesco Ralph Dahrendorf. In una sua lucida analisi rilevò che negli anni della guerra fredda la politica delle democrazie occidentali decise di assegnare la cultura alla sinistra e l’economia alla destra. Dal centro e prima che l’economia prendesse il sopravvento e dominasse lei la stessa politica, poteva controllare e mediare fra il potere culturale e quello economico. Molto forte in Dahrendorf è il concetto di "potere", che egli definisce, sulla scia di Max Weber, come la capacità di far fare agli altri quello che si vuole, cioè di farsi obbedire. Il potere determina la struttura sociale. Le "norme", anche quelle associative , sono stabilite e mantenute dal potere, e servono a tutelare degli interessi. Lo “spessore intellettuale” degli scrittori fu spesso sopravalutato ponendolo in stretto rapporto alla coerenza con la quale si viveva, ad esempio, nel vecchio regime la religione, poi, dopo l’illuminismo, l’ideologia dominante. Il comunismo e il suo sbocco nel socialismo, per i giovani intellettuali che studiavano in particolare nell’Università cattolica di Friborgo, rappresentava ed esprimeva meglio lo spirito cristiano del liberalismo laico, allora dominante nella politica, nella scuola e nella cultura. Nel corso del periodo della guerra fredda, lo scrittore impegnato politicamente nei partiti di sinistra apprezzava pochissimo la società borghese del benessere, quella in cui lui stesso viveva. L’autore di sinistra riservava il suo sguardo e la sua attenzione ai vinti. Dalla lettura del vangelo si passò al Capitale di Marx. Lo scrittore, evidentemente esagerando, invece di svolgere lo squisito ruolo di testimone, pretese di vivere anche quello di protagonista, trascurando il fatto che testimoniare sul proprio protagonismo è alquanto difficile e sempre autoreferenziale. Ci fu pertanto un lungo periodo di conformismo alla legge stabilità da Dahrendorf in cui la qualità della scrittura dipendeva dalla coerenza con cui si seguiva un’ideologia di sinistra e si era membro di un partito di sinistra. Fu una specie di ritorno al periodo controriformistico nel quale si considerava la qualità di un libro in rapporto all’impegno con cui si viveva una fede. Cambiato il regime dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS ci fu un furore collettivo degli scrittori ideologizzati per edulcorare il proprio pensiero ideologico o addirittura abiurare ai principi del marxismo e ciò ai fini di poter continuare a navigare a vele gonfie nel mare del “grande spessore intellettuale”. Questo fenomeno lo si puo’ spiegare col fatto del passaggio diretto dallo spirito cristiano, che si poteva vivere o rivivere nel comunismo e nel marxismo, ignorando il grado intermedio del liberalismo, frutto dall’illuminismo e dalla Rivoluzione francese. Lo sviluppo del pensiero, logico e armonico, doveva seguire quello della filiazione delle rivoluzioni. Il comunismo e il marxismo sono figli legittimi dell’illuminismo, tuttavia, in particolare nell’URSS e negli Stati satelliti, invece di implementare armonicamente la triade della libertà, della fratellanza e dell’uguaglianza, hanno ritenuto opportuno disattivare la libertà e la fratellanza per stabilire , senza avere ostacoli seri, l’uguaglianza. Oggi, per favorire le aristocrazie del denaro, assistiamo al sacrificio dell’uguaglianza e della fratellanza e le destre impongono un concetto di libertà quale valore assoluto e dogmatico espresso in rapporto diretto al possesso di denaro. La libertà è così paradossalmente riservata alla facoltà del ricco di diventare sempre più ricco con la conseguenza che il povero diventa sempre più povero. Anche le leggi della nostra democrazia sono scritte per garantire questo arricchimento smodato, la soppressione del ceto medio e l’impoverimento di ampie fasce della popolazione.


5)
Come riassumerebbe i tratti identitari dell’attuale ASSI? Qual’è, secondo lei, la sua missione?
Una missione urgente potrebbe essere quella di attenuare la tendenza forte all’elitarismo, promosso soprattutto dalla scuola, dal servizio pubblico della Radio e della televisione e assunta in modo passivo dalla stampa. Lo scrittore serio, per essere considerato tale, deve lavorare intensamente. Un pianista ad esempio, per avere dei risultati, suona ogni giorno dalle cinque alle otto ore. Anche uno scrittore dovrebbe lavorare alla scrittura, costantemente, alcune ore ogni giorno. Nel Ticino si confonde la posizione del letterato con quella di scrittore. Il docente di letteratura italiana nella scuola superiore, nella quale troviamo alcuni esemplari delle élite della scrittura, acquisisce con la sua formazione e con l’insegnamento, una dotazione di cognizioni e di nozioni che fanno di lui un letterato. Tuttavia il letterato ticinese invece di usare queste sue doti acquisite per la critica letteraria e per l’individuazione di narratori laici di letteratura ma preziosissimi per la fedeltà e l’autenticità della testimonianza nell’ambito sociale, si pone in congregazioni o consorterie di “professori” in particolare poeti, che si contemplano l’ombelico invece di aprire finestre per lasciar entrare l’aria fresca della narrazione. Oggi si dimentica che gran parte dei maggiori scrittori americani del secolo scorso non hanno mai frequentato scuole superiori o cattedre di lettere in università. Dostoevskj ha studiato ingegneria militare, Max Frisch, architetto, ha iniziato la sua carriera costruendo una piscina a Zurigo, Heminguey invece dei corsi universitari preferiva andare a caccia o a lezioni di boxe. Si potrebbe continuare ad esplorare un percorso di scrittori celebri che mai si adattarono a una vita e a una condizione di letterati, ambita e riconosciuta in stretto rapporto con la qualità della scrittura, in particolare in Italia e nella sua provincia linguistica ticinese.


6) Cosa pensa dell’ASSI oggi e della sua linea direttiva e gestionale?

Penso alle preoccupazioni che avevo negli anni 80 del secolo scorso, che sono probabilmente rimaste le stesse. E’ difficile, se non impossibile, cambiare in meglio una struttura quando l’anima degli individui che la compongono dà un senso alla scrittura limitandolo al soddisfacimento della propria ambizione. L’ASSI non promuove lo scrittore che si oppone al populismo dilagante nel Cantone. Non dà nessuna indicazione politica, nel senso più alto ed etico del termine. Non esiste a mio parere una linea direttiva e gestionale che almeno critica il fatto di compiacersi d’appartenere a un’associazione che si limita a dare una risposta alla vanità. Vanità che ripiega sempre lo scrittore, o chi arbitrariamente si professa tale, su se stesso e gli impedisce di compiere una missione, di denunciare con forza lo stato attuale politico, etico ed economico di un mondo in disfacimento.


7) Dove e in quali ambiti risiedono le maggiori differenze rispetto al passato?

E’ mortificante affermarlo ma a mio parere c’è stato un notevole peggioramento della condizione dello scrittore. L’autore ticinese non ha reagito al diffondersi del Leghismo e della violenza verbale del settimanale che lo rappresenta. Sono venti anni che viviamo, sottomessi e impauriti da gente rozza e ignorante. Oggi la cultura espressa e offerta con la scrittura viene tacciata di arroganza, così come arroganza è ogni sostegno etico e culturale che si cerca di dare al partito politico e alla politica. Alla fatica di scrivere si preferisce e si promuove chi scrive senza fatica. Non esistono più romanzieri di qualità nel Gota degli scrittori, ma solo troppi poeti o scrittori di libri gialli, ridotti a pasticceri che fanno torte decorate fantasiosamente con la panna montata e lo zucchero.


8) Quali sono, secondo lei, i benefici di appartenere oggi ad un’associazione come l’ASSI?

La presidente Giorzi è nuova ed oggi non si può giudicare o trarre conclusioni sul suo operato che determinerà i benefici concreti derivanti dall’appartenenza all’ASSI. E’ ancora troppo presto per dare un giudizio fondato.


9) L’ASSI abbraccia nella categoria della scrittura ogni sua possibile declinazione: il poeta, il critico, il giornalista, il copywriter, il fumettista, il drammaturgo, il saggista, il romanziere.
A questo proposito, chi è oggi lo scrittore e quale ruolo gioca o potrebbe giocare nella società e, in particolare, nel contesto della Svizzera italiana? Lo scrittore ha ancora una missione?

La missione dello scrittore è oggi quella di ritrovare la ragione. Da tempo agli scrittori è negato il ruolo di intellettuali, probabilmente perché sarebbero liberi di esprimerlo come meglio credono assumendo una funzione di coraggiosi critici sociali. Ma il paradosso sta proprio nel fatto che l’intellettuale si esprime al meglio se oppresso. Quando è libero e sazio, quando ha preso i venticinquemila franchi del premio dell’Ufficio federale della cultura, si autocompiace e resta muto di fronte ad ogni ingiustizia, ad ogni sopruso. Così che a scrivere controcorrente e ad essere critici sono oggi gli storici (in particolare Andrea Ghiringhelli) e gli economisti (ad esempio Sergio Rossi). Drammatico è che si è perso il senso della razionalità. Il mondo, anche e soprattutto quello provinciale, ha lasciato alle spalle il pensiero, la cultura, lo studio sereno e filosofico della vita.


10) In che modo, secondo lei, si può promuovere lo scrittore o aiutarlo a autopromuoversi nei vari contesti territoriali? E cosa fa o potrebbe ancora fare in merito a questo l’ASSI?

Nell’arte dello scrivere si ha successo con le stesse modalità della promozione politica. Il candidato politico deve “parlare bene” ed ha successo indipendentemente dal significato delle parole e dal contenuto delle frasi. Lo scrittore deve “scrivere bene” e oggi può imparare a farlo in corsi di scrittura a pagamento. Il contenuto dell’espressione letteraria e politica lascia assolutamente indifferenti. Compito dell’ASSI, o degli illuminati che ne fanno parte, dovrebbe essere quello di identificare i contenuti e proporli al pubblico. Tolstoi, Dumas, Zola, Dostojewski, Dickens, scrivevano ed erano pubblicati per il messaggio intenso e drammatico che esprimevano. Oggi in una libreria più della metà dei volumi esposti sono spazzatura, spesso collocati in testa alle classifiche delle vendite.


11) Può spiegarci le logiche del mercato editoriale nella Svizzera italiana dal suo punto di vista ovvero di chi esercita la professione dello scrittore? Come fa oggi lo scrittore, sia affermato che esordiente, a conciliare le sue aspirazioni personali con la domanda di mercato e a intercettare l’editore giusto?

Già la domanda nasconde a malapena l’accettazione acritica dell’ideologia dominante. E’ sempre un’entità astratta, nel nostro caso “il mercato” o “la domanda di mercato” a determinare la qualità dell’opera letteraria ridotta alla condizione banale di merce. Il “mercato” è strettamente controllato dal capitale che non tiene conto del valore etico e culturale dell’opera ma della possibilità di venderla e di trarne il massimo profitto. Lo “scrittore”, sia affermato che esordiente, si è fatto furbo quando ha capito che rinunciando alla virtù e prostituendosi si guadagna qualcosa. Allora s’inizia, invece che a scrivere opere profonde di critica sociale, a imbastire malamente dei romanzi gialli, infarciti di sesso e di voyerismo o a scrivere poesie dove le assonanze foniche sono più importanti dei contenuti. E’ in fondo fare il verso alla TV, maestra nel proporre spazzatura proveniente d’oltre oceano.


12) Uno degli obiettivi dell’ASSI, secondo il parere dell’attuale presidente Giorzi, è quella di creare una comunità, da una parte, cercando di recuperare quegli scrittori della Svizzera italiana dal grande spessore intellettuale che sono usciti dall’associazione tra gli anni ’80 e ’90 e, dall’altra, raggiungere tutti quegli scrittori che usano la lingua italiana nel resto della Svizzera. Quali sono le sue opinioni in merito?

Non penso che ci sia ancora qualcosa da ricuperare nella categoria di scrittori della Svizzera italiana “dal grande spessore intellettuale” che sono usciti tra gli anni 80 e 90. O è gente molto anziana che non può più dare nulla o è morta. Importante e urgente è oggi creare una comunità di giovani di spessore morale ed etico, indipendenti dall’ ideologia che colloca il mercato e l’economia al di sopra della politica. Politica intesa come ricerca della giustizia, dell’uguaglianza e della solidarietà. Giovani che riescono a percepire quanto sia falso ritenere una protesi meccanica (il cellulare, l’automobile, il tablet e tutta l’oggettistica digitale) come portatrice o promotrice di libertà quando è solo solo un banale strumento d’uso domestico che crea miliardari in chi lo produce e gestisce l’affare del digitale. La libertà oggi è anche in rapporto con la capacità e la possibilità di limitare il l’ uso di protesi meccaniche e digitali allo stretto necessario.

 

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